Non dico che il bianco e nero non mi piace o che la luce nell'ombra non esplodi. Dico solo che la luce è insita nel colore. E nei colori esplode in un modo che a me piace di più. E poi mi piacciono i colori. E mi piace emozionarmi senza malinconia.
Una volta m'hanno detto che sono brutale. Ad halloween m'hanno dato della brutal darche. E ora nel gallinaio infernale io sono la brutal lala. Che dire. Devo proprio avere un aspetto incazzoso.
Lo stesso aspetto incazzoso che nota mia madre quando torno a casa. Che insomma, da un numero ormai abbondante di anni mi accoglie sempre con la stessa battuta: aoh. quanti ne hai ammazzati? E mi devo pure sforzare di sorridere.
Io penso che Carletto sia quello che mi conosce più di tutti quando dice che a me non mi rode niente, solo che non mi devono rompere i coglioni. Lo guardo ammirata. Neanche io sarei in grado di fare un'analisi di me stessa così chirurgica.
A me piace ascoltare le storie di Carletto. Mi racconta sempre di una Roma sgangherata e ruffiana. Quella Roma bella e basta. E a lui piace raccontarla e avere qualcuno che lo stia a sentire.
Carletto mi tratta come una figlia. E io gli voglio proprio bene. Però non c'è parentela. Pure se clandestinamente potrebbe essere mio zio.
Una volta dovrei scrivere di Lella e Carletto. Oppure solo di Carletto. Oppure solo di Lella. Oppure anche no.
L'amore a sessant'anni dev'essere un amore dolcissimo. Malinconico. Come una foto in bianco e nero.
- no è che pensavo, se non compriamo più lo yogurt potremmo risparmiare e andare al bingo il sabato sera.
- beh si, due euro a settimana sono una cartella al sabato. Però potremmo risparmiare sul Fernet. Per esempio.
- …
- …
- io preferirei risparmiare sullo yogurt.
Quando arrivai lì sotto rimasi a guardare il cordone di gente tutt'intorno agli enormi piedi della torre. La fila scorreva con un'insofferente lentezza. O più semplicemente non scorreva affatto.
Mi chiesi se quelle persone là l'avessero scelto arbitrariamente di passare un pomeriggio intero ad anchilosarsi le gambe per salire e poi riscendere. Mi sembrava così inutile.
Poi ho pensato che sarebbe stato bello se avessero messo un ascensore pure al centro. Per guardare la torre da dentro, non la città da fuori.
Che infondo i panorami dall'alto sono tutti uguali. Scostanti e inviolabili.
D'altronde ho sempre preferito le prospettive alle piante.
Così mi misi al posto dell'ascensore che immaginavo e alzai la testa. Si, un ascensore di vetro. Altroché.
Devo ammettere che però mi venne la voglia di sapere se quella cima valesse lo sbattimento.
Per esempio a volte si rimane immobili a fissare un punto senza avere minimamente idea di quanto tempo ci sta girando attorno. Senza avere minimamente un'idea, del tempo, e delle altre cose.
Per esempio io non sono mai salita sulla Torre Eiffel.
Mi ricordo ancora di quando ti accompagnavo all'aeroporto con gli occhi pieni di sonno, con un fastidio allo stomaco che sostituiva le lacrime. E ti seguivo fino all'ultimo varco. Come a dire portami con te. Non so se l'hai mai fatto.
Mi ricordo ancora quando di notte mi svegliavo e ti cercavo in quel letto da anni troppo vicino al mio. Mi ricordo che ti immaginavo sorridente, sdraiata su un letto troppo lontano dal mio, e magari un po' più scomodo.
Me lo ricordo, sai? Apparecchiavo la tavola anche per te, e poi dover togliere quel piatto inutile mi inondava di malinconia. Mi mancavi.
Poi succedeva che ti raggiungevo. E il mio stomaco scoppiava di pianti incapaci di uscire. La mia famiglia eri tu.
In un'omertà conveniente io ritrovavo nei tuoi occhi tutte le parole. Tutte quelle che mi servivano. Tutte quelle che non sono mai stata capace di pronunciare.
Fa strano ora. Dimenticarmi di apparecchiare anche per te.